diritto allo studio: facciamo chiarezza

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23 Set diritto allo studio: facciamo chiarezza

Nel rispondere alle nostre preoccupazioni l’Assessora Ferrari presenta una versione dei fatti in cui non mancano inesattezze e dati errati, oltre che una, forse voluta, confusione delle competenze tra Ateneo e Provincia. Abbiamo quindi deciso di rispondere con un fact checking delle sue affermazioni per fare chiarezza punto su punto:

1. “Non ci sarà nessun taglio, semmai un aumento di risorse”

Con l’accordo di Milano la PAT ha scelto di avere l’autonomia finanziaria in merito al finanziamento dell’Università, deve quindi assumersene la responsabilità. Se infatti una volta si poteva godere del fondo integrativo statale, scelta la strada dell’autonomia, è la PAT a doversi fare carico di tutte le spese per il Diritto allo Studio. La Provincia ha scelto di non investire nel Diritto allo Studio integrando i soldi che prima venivano garantiti dallo Stato, ha scelto quindi di non farsi carico dell’Autonomia. Il passaggio dai 10 milioni di spesa corrente per le borse di studio nel 2010 (quando c’era il fondo statale, il numero di studenti beneficiari era comparabile all’attuale e gli importi delle borse rispettavano i livelli nazionali), ai 6,5 milioni attuali non si può definire in altro modo se non con la parola “taglio”. Un taglio drastico di risorse che non avviene oggi: è avvenuto cinque anni fa, ma la Provincia non ha mai avuto la volontà politica di colmarlo. Finché c’era l’ICEF poteva cammuffarlo, ma col passaggio all’ISEE il fatto che il diritto allo studio a Trento sia tra i più retrogradi in Italia viene allo scoperto. Ciò che chiediamo è di trovare oggi le risorse (circa 2,7 milioni) necessarie a portarlo al livello della maggior parte delle altre realtà italiane.

2. “Gli interventi di riforma del diritto allo studio, vanno infatti letti in combinato con quelli che lunedì l’Università degli studi di Trento ha approvato in condivisione con la Provincia, e che nel complesso compongono un quadro delle misure positivo e incrementale. […] Non esiste che l’Università passi per quella che fa le scelte giuste e la Provincia per cattiva. Perché se il cda dell’Università, passando all’ISEE, potrà dall’anno accademico 2017-2018 ridurre le tasse è grazie all’intervento della Provincia”

La riforma delle tasse universitarie, come previsto dallo Statuto dell’Università degli Studi di Trento, è stata elaborata in piena autonomia rispetto alla Provincia. È stata chiesta per anni da noi studenti e quest’anno, dopo mesi di lavoro con l’Ateneo, siamo riusciti ad ottenerla. A nessun punto dei lavori ci siamo confrontati con la Provincia per concordare un “pacchetto” di misure, dunque che la Provincia cerchi di co-intestarsene il merito per via della no tax area fino a 26.000€ di ISEE e per la bella novità della mobility card, è una grave scorrettezza. La riforma non riduce le tasse né le aumenta ma semplicemente rimodula il peso della tassazione, infatti il gettito derivato dalle tasse rimane invariato, e dunque non tocca le tasche della provincia. Non accettiamo che la nostra riforma delle tasse venga usata per addolcire le poco lungimiranti politiche della provincia in termini di diritto allo studio. Detto questo, crediamo il quadro complessivo che emerge tra le scelte della Provincia e quelle dell’Ateneo sia tutt’altro che “positivo e incrementale”. Immaginavamo che la Provincia avrebbe ridotto la platea di beneficiari del DSU e per questo abbiamo abbassato al minimo l’impatto delle tasse universitarie per i ceti meno abbienti. Abbiamo fatto il massimo che potevamo, mettendo a zero i contributi fino ad ISEE 26.000. Ma questo può solo alleviare un poco la condizione di chi si vede negata una borsa di studio. Scegliendo come soglia ISEE 18.000 la situazione resta drammatica per centinaia di studenti.

3. “In Trentino, a differenza di quanto accade nelle altre regioni, tutti gli studenti idonei ne beneficiano (della borsa di studio n.d.r.)”

Anche questa una grande inesattezza, che per altro abbiamo già smentito anche durante il nostro incontro con l’Assessora giorni fa. Il dato nazionale si ottiene aggregando i territori virtuosi e quelli non virtuosi se andiamo a scomporlo, così come è nella tabella in allegato, si vede chiaramente come le regioni virtuose nelle soglie ISEE – che per altro sono quelle in diretta “concorrenza” con la nostra Università – sono anche quelle più virtuose nel coprire le borse di studio. Va tenuto anche in considerazione che visto l’adeguamento dell’ISEE che nella tabella allegata mancano i dati 2015/16 che dovrebbero essere migliori rispetto a quelli precedenti per via dell’adeguamento nazionale dell’indicatore economico.

4. “Borse erogate ad oltre 3mila studenti”

Gli oltre 3mila beneficiari erano quelli del sistema attualmente in vigore, con ICEF fino a 0,29. Ma come la stessa Assessora non nega, le borse erogate erano ben al di sotto di quelle minime previste (dai LEP, Livelli Essenziali delle Prestazioni) a livello nazionale, con una borsa media a Trento di 1.837 euro contro una media nazionale di 3.422 (quasi il doppio). Per adeguarsi ai LEP la Provincia ha dovuto alzare gli importi delle borse, ma ha DECISO di non stanziare altre risorse per il diritto allo studio. Il risultato è che ha dovuto abbassare la soglia massima di accesso ai benefici fino ad ISEE 18.000, che è tra i più bassi d’Italia, al pari di Catanzaro e meglio solo di Campania, Molise e Reggio Calabria. È facile intuire che la popolazione studentesca che si iscrive a Trento ha mediamente una condizione economica molto superiore a quella di queste realtà del Meridione e che dunque a Trento una soglia ISEE 18.000 sia molto più restrittiva che a Catanzaro. Anziché citare i 3.200 beneficiari del sistema vecchio, con borse inferiori alle soglie minime previste, la Provincia dica quanti saranno i beneficiari dopo la riforma del DSU. Certamente i beneficiari si ridurranno, ci saranno centinaia se non un migliaio di nuovi paganti, che in quasi tutte le regioni italiane percepirebbero una borsa e qui sarebbero costretti a pagare le tasse tra cui (oltre che il danno la beffa) la Tassa Provinciale per il Diritto allo Studio, dovuta da tutti coloro che non beneficiano del DSU. Vogliamo vedere il caso limite? A Trento col nuovo sistema uno studente di Laurea Magistrale fuori sede con ISEE 18.001 pagherà 356 euro di tasse (e pagherà così poco solamente grazie alla recente riforma, nel vecchio sistema di contribuzione sarebbe stato 781 euro). Nei vicini Veneto e Lombardia, ma anche nelle lontane Puglia e Basilicata, invece, con la stessa condizione economica lo studente percepirebbe una borsa di 4228 euro. Per un territorio che punta ad essere eccellenza, non è certo un gran biglietto da visita.

5. “Sul diritto allo studio impatta anche la nuova carta di mobilità. Un abbonamento di 300 euro per 8 mila degli oltre 16 mila studenti iscritti vale 2,4 milioni di euro: offrirlo a 50 euro vuol dire “erogare” 2 milioni di euro.”

La nuova carta di mobilità sarà totalmente finanziata attraverso i contributi universitari degli studenti, la Provincia non vi sborserà un euro. I numeri dichiarati dall’assessorato sono puramente inventati: la mobilità per l’Ateneo avrà un costo forfettario di 1,7 milioni annui, di cui 1,4 saranno dati a Trentino Trasporti e 300 mila a Trenitalia. Chiedendo 1,4 milioni Trentino Trasporti si garantisce semplicemente l’incasso già proveniente dagli attuali 8 mila abbonamenti studenteschi, con un piccolo margine. Di questi 1,7 milioni 1,2 milioni proverranno dai contributi universitari e i rimanenti 500 mila dal contributo di attivazione volontario di 50 euro, che contiamo sia pagato da almeno il 70% degli studenti, vista l’estrema convenienza. Gli studenti che godranno della libera circolazione saranno tutti coloro che pagheranno i 50 euro di attivazione, dunque non solo 8 mila, ma potenzialmente tutti 16 mila.

6. “E poi c’è la partita degli alloggi […]”

Per quanto riguarda i posti letto per studenti la nostra provincia è sicuramente tra i migliori in Italia ma non dimentichiamoci che gli studenti non vi alloggiano gratis ma ad un prezzo calmierato, qualora posseggano il requisito di reddito. La maggior parte dei costi vengono coperti dagli studenti stessi e sono stati recentemente aggiornati i tariffari dell’ente per le altre categorie che l’Assessora, prudentemente, non cita, quali i visiting professor o i ricercatori. Infatti le soluzioni abitative sono necessarie per la vita universitaria in generale, e non solo a vantaggio degli studenti fuori sede.

7. I piani di accumulo

I piani di accumulo, spacciati dall’assessorato come una nuova forma di diritto allo studio, non sono altro che strumenti di investimento sul  futuro dei propri figli. Non abbiamo niente in contrario al fatto che la Provincia le finanzi ma parlare di strumenti di diritto allo studio è una grave inesattezza. Infatti essendo unicamente una misura a livello trentino e per altro su base volontaria, manca del requisito di “universalità” che permette di definirla come politica per il diritto allo studio.

8. “Il Sindacato farebbe bene ad informarsi e a conoscere i dati e le proposte prima di parlare. […] per il fatto che ancora una decisione definitiva non è stata presa, domani in Giunta non assumeremo una delibera”

Tralasciando l’arroganza nei confronti delle parti sociali – che invece sembrano molto più ferrate sul tema dell’Assessore competente – la Giunta avrebbe dovuto deliberare oggi sul tema, tanto che era già stata programmata una conferenza stampa congiunta Ateneo-Provincia per presentare la riforma del DSU; è solo grazie alla nostra ingerenza che siamo riusciti a far slittare la decisione. Inoltre da questa affermazione si evince come la provincia ritenga la questione delle borse come un fatto unicamente legato agli studenti fuori-sede e non come invece una questione che avrà delle forti ricadute sull’economia del trentino. Con una riforma del DSU di questo tipo il nostro ateneo non potrà che crollare nelle classifiche sulla qualità dell’Università, scivolando dal podio delle migliori università italiane verso la mediocrità.

Date queste premesse ci chiediamo quale sia la visione di Università che in questo momento ha la Provincia: Università Europea, aperta al resto d’Italia e al mondo o Università di provincia, più legata al territorio ma preclusa alle eccellenze e che precluderebbe al Trentino di godere dei quasi 21 milioni di euro l’anno portati dagli studenti (Zaninotto, 2013).

Una riforma del Diritto allo Studio come quella proposta dall’Assessora indica una via che a noi non piace: guarda indietro invece che accettare le sfide del mondo. Ci auguriamo che la giunta provinciale abbia la consapevolezza politica di quello che sta accadendo e la capacità di guardare lungo.

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